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[ L'EDITORIALE ]
La
'ndrangheta non dimentica
E' una guerra, o lo
Stato gioca con noi.
Era un uomo coraggioso, Fedele Scarcella, duro come le balze
dell'Aspromonte dove era nato e cresciuto, ma anche generoso come quel
mar Tirreno sulle sponde del quale aveva deciso di creare la sua
impresa, a Gioia Tauro.
Duro e generoso, come i migliori calabresi, come i fichi d'India che
sono difficili da cogliere e pungenti per chi li conosce solo da fuori,
ma dolci più di qualsiasi altro frutto quando si impara a conoscerli
dentro.
Fedele Scarcella lavorava sodo, come un mulo, e quando quel giorno
entrarono nella sua azienda due "picciotti" del boss di Gioia Tauro per
chiedergli conto di una parte dei suoi sudati guadagni, la "mazzetta" o
"pizzo" per intenderci, andò su tutte le furie, ma riuscì a mantenersi
apparentemente calmo perchè bisognava affrontarli con intelligenza, non
con la forza quegli animali.
Senza alzare la voce, con calma, disse loro che quel lavoro era la sua
vita, e che per mandarlo avanti aveva rinunciato a tutto: alle ferie,
alle auto di lusso, ai bei regali per la moglie... e che quello che
aveva lui se l'era sudato lira su lira, tra lacrime, cambiali e tanto,
tantissimo lavoro.
Perchè doveva condividere con loro la sua azienda? Perchè non si
mettevano anche loro, che erano giovani e forti, a lavorare e a faticare
invece di vivere come parassiti alle spalle della povera gente?
Ma i suoi aguzzini non si fecero certo convincere dai suoi ragionamenti,
e dopo qualche piccolo "avvertimento" tornarono in azienda per chiedere
il saldo della "mazzetta".
Di solito a questo punto l'imprenditore si piega, magari imprecando in
cuor suo ed invocando ogni maledizione sui suoi aguzzini, ma si piega.
Fedele Scarcella invece non si piegò. Prima rinviò con una scusa al
giorno dopo gli estortori, poi andò in casa, si tolse gli abiti da
lavoro, si mise il vestito buono, ed andò forse dai Carabinieri, o forse
dalla Polizia, per denunciare il racket delle estorsioni con nomi e
cognomi, senza paura.
Un eroe?
Ma no, un idealista forse.
Un idealista che non ci stava a farsela sotto davanti a quattro
vigliacchi che camminavano in Mercedes e vestivano Caraceni facendo il
pieno con il sangue della povera gente per le loro auto di lusso e con i
vestiti che se li spremevi grondavano sudore del lavoro altrui.
Fedele Scarcella entrò subito nel programma di protezione per i
testimoni di giustizia, e la legge antiracket gli rimborsò tutti i danni
subiti.
Poi però volevano trasferirlo al nord Italia, come prevede il programma
di protezione, ma lui non accettò. Volle restare in Calabria, sia pure
trasferendosi in un'altra provincia, quella di Vibo Valentia.
Certo non sarebbero stati quella cinquantina di chilometri da Gioia
Tauro a metterlo al sicuro, ma lui non accettava il fatto di darla
comunque, in un modo o nell'altro, vinta ai suoi persecutori.
E non solo rimase in Calabria, ma fu tra i fondatori dell'associazione
antiracket di Gioia Tauro, nonchè membro dell'associazione "SOS
impresa", che operava nell'ambito della Confesercenti.
No, non era e non voleva essere un eroe, voleva solo essere un
testimone, la testimonianza vivente che in Calabria ce la si può fare a
non piegarsi ai ricatti della mafia.
Fedele Scarcella sapeva bene di essere un bersaglio, sia per quello che
aveva fatto a Gioia Tauro che per la sua attività di divulgatore
dell'antimafia, ed aveva chiesto anche, più volte, la concessione del
porto d'armi che però la Prefettura gli aveva negato.
Così lo hanno trovato ieri massacrato, bruciato all'interno della sua
Punto blu.
Forse sono stati così umani da sparargli alla nuca prima di bruciarlo, o
forse l'hanno bruciato mentre era ancora ferito a morte, magari ridendo
mentre si contorceva negli ultimi spasimi dell'agonia, prendendosi pure
il gusto di chiamare il 112 per avvisarli che c'era puzza di bruciato
vicino alla spiaggia di Briatico, che andassero a vedere che forse
avevano incendiato una carogna...
Loro ridevano, perchè in fondo era come se anche lo stato (e
permettetemi per una volta di scriverlo con la lettera minuscola)
avesse partecipato a quel massacro.
Ancora uno di noi, uno dei calabresi fieri ed onesti, è stato ammazzato.
Ancora uno di quelli che combattiamo a mani nude un mostro che ha armi
da guerra, killer da imbottire a volontà di cocaina, milioni e milioni
di euro per pagarsi quello che vuole.
Qui siamo in guerra, e quelli mandano i soldati in Iraq, in Afghanistan,
in Kossovo...
Noi siamo i veri resistenti, i veri partigiani, e moriremo tutti con
onore.
O per strada o nei nostri cuori.
Stato assassino, complice della mafia!
Non ti basta che uccidano i tuoi figli migliori, vuoi uccidere anche la
speranza in chi resta?
Poveri ragazzi nostri, che volevate lanciare una sfida alla mafia con
quello striscione "e adesso ammazzateci tutti!", e invece rischiate di
aver issato la più sinistra delle profezie!
Giovanni Pecora
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