Mille giovani a Reggio per Falcone e tutte le vittime della mafia PDF Stampa E-mail
di Rosanna Scopelliti   
martedì 27 maggio 2008

Un particolare della platea
 

Avremmo potuto partecipare a qualcuna delle numerose iniziative in programma in Sicilia e ritenerci “in pace con la coscienza” per aver onorato la memoria di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo, Antonino Montinaro e Vito Schifani, tutti martiri della mafia fatti saltare in aria 16 anni fa a Capaci.
Invece no. Invece abbiamo preferito impegnarci anche noi in prima persona qui a Reggio Calabria e seguire il consiglio del giudice Salvo Boemi che un anno fa denunciava che a Reggio, città troppo spesso dalla memoria corta e che vive una situazione analoga a quella della Palermo dei primi anni ’90, non si era mai pensato di trovare una data in cui incontrarsi, soprattutto con i ragazzi, e commemorare le vittime di mafia: un’ iniziativa da inserire all’interno dell’anno scolastico, una giornata che, forza di cose, sarebbe potuta essere quella del 23 maggio.

Nasce così l’idea di realizzare la proposta del Procuratore Aggiunto della DDA reggina e dare vita alla prima giornata di “commemorazione attiva” della strage di Capaci. Una giornata in cui far rivivere non solo il ricordo di tutte le vittime di ogni mafia, ma in cui i ragazzi potessero sentirsi al centro dell’attenzione nell’interfacciarsi con chi la violenza delle mafie l’ha subita e la combatte nelle scelte di ogni giorno.

In pochissimo tempo, con i ragazzi di “Ammazzateci Tutti”, ci siamo organizzati e, grazie alla disponibilità dei Presidi e dei docenti, abbiamo invitato delegazioni di ragazzi provenienti da ogni scuola di Reggio Calabria: superiori e medie. Abbiamo poi coinvolto alcuni familiari di vittime di mafia come Sonia Alfano, figlia del giornalista di Barcellona Pozzo di Gotto, Beppe, Pino Masciari, testimone di giustizia calabrese, le Istituzioni e coloro che la malavita la combattono quotidianamente per lavoro mettendo a repentaglio le proprie stesse vite: il Prefetto di Reggio Calabria, Francesco Musolino, il Procuratore Capo della DDA di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, il Questore Santi Giuffrè ed i magistrati della DDA.
Nonostante gli immancabili imprevisti e gli inevitabili “incidenti di percorso”, la giornata ha regalato ad ognuno di noi mille e più emozioni ed è stata una valida occasione per confrontarsi, raccontare e conoscere non solo le storie spesso dimenticate delle innumerevoli vittime di mafia, ma soprattutto per fare insieme il “punto della situazione” e coinvolgere le nuove generazioni affinché anche loro possano avere gli strumenti per rendersi conto della situazione paradossale in cui la nostra regione sopravvive fingendo di vivere.
Una regione vittima di quella ‘ndrangheta che utilizza gli scagnozzi solo per uccidere o chiedere il pizzo, ma che ha ai suoi vertici un numero ingente di <<briganti in colletto e cravatta>>, politici indagati e rappresentanti delle più potenti massonerie e che sguazza annaspando in una situazione talmente tanto assurda da fare sì che siano i magistrati ad essere denunciati dai malavitosi e dai politici in odore di mafia.

<<Voglio raccontarvi una favola, quella di due bambini che si chiamavano Giovanni e Paolo…>> con queste parole Aldo Pecora ha iniziato a spiegare ai ragazzi che affollavano l’Auditorium "Gianni Versace" la storia del giudice Falcone intrecciandola a quella di altri magistrati, uomini delle scorte, giornalisti o semplici cittadini onesti uccisi dalla criminalità organizzata. Ha poi fatto capire all’intera platea di giovani che <<La mafia non è un semplice 'agente atmosferico’ , come la pioggia, per la quale basterebbe un ombrello per ripararsi; non è nemmeno un raffreddore, che curi con un'aspirina o una febbre, che sparisce dopo tre giorni. La mafia è un cancro, mortale, che entra nelle vostre vite senza neanche bussare o chiedere permesso. E se hai un cancro o te ne accorgi per tempo e lo recidi drasticamente o sarà poi troppo tardi >>.
I ragazzi sono attenti e seguono con interesse i vari interventi.

Non me lo aspettavo, non me l’aspettavo da quella Reggio Calabria assopita e stanca che lasciai all’indomani dell’assassinio di mio padre. Una città in cui i giovani rimanevano assiepati agli angoli del Corso o sfilavano passeggiando stancamente sulla Via Marina. Non se lo aspettava nemmeno il giudice Boemi più volte interrotto da scroscianti applausi durante il suo intervento seguito in religioso silenzio, che ha esortato i ragazzi a schierarsi e scegliere fin da adesso da che parte stare <<Perché sarà domani, non sarà dopodomani, ma già domani che sarete chiamati a prendere in mano le vostre  vite>>.
E’ vero, e forse per la prima volta, quei giovani hanno capito di essere considerati veri protagonisti e non “troppo piccoli” per avere la capacità di essere uomini e donne degni di questo nome.

A volte crediamo sia difficile parlare a giovani di età compresa tra i 12 e i 18 anni, soprattutto se si pensa che questi ultimi siano troppo spensierati per voler capire o seguire racconti di vite spezzate, di lacrime, di violenza, di sangue. Basta però riflettere per rendersi conto che è proprio a loro, proprio a quelli che potrebbero essere i nostri fratelli più piccoli, che ci si deve rivolgere se si spera un domani di riuscire a cambiare la nostra terra.
E la loro attenzione, l’interesse dimostrato durante tutte le 4 ore circa di incontro è la riprova che l’esperimento è riuscito.
Un grazie va quindi ai Dirigenti Scolastici che hanno avuto fiducia in questa iniziativa e, nonostante il poco preavviso, hanno dato la possibilità ai ragazzi di partecipare a questo incontro. Grazie a loro e ai professori che hanno accompagnato gli studenti in questa avventura.

Grazie alle Istituzioni presenti, al Sindaco Giuseppe Scopelliti e agli Enti che hanno patrocinato l’iniziativa: il Comune di Reggio Calabria e l’Assessorato per la difesa della legalità della Provincia.
Grazie a Sonia Alfano e Pino Masciari per la loro testimonianza, al Prefetto Musolino rappresentato dalla dottoressa Maio, al Procuratore Capo della DDA di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone e al Questore Santi Giuffrè per il sostegno e la disponibilità ad essere con noi.

Ma il ringraziamento più sentito e di cuore va ai magistrati. Ai giudici Boemi e Gratteri che hanno saputo trasmettere ai ragazzi la loro passione per il lavoro che svolgono e mettere a loro disposizione le esperienze vissute.

Il 23 maggio del 1992 a Capaci (PA) cinque martiri perdevano la vita a causa di Cosa Nostra. Il 23 maggio del 2008 più di mille ragazzi a Reggio Calabria hanno trovato il coraggio di gridare “NO” alla criminalità organizzata: la “buona battaglia” riparte da qui.
 
Rosanna Scopelliti
Presidente Fondazione "Antonino Scopelliti"
Coordinamento nazionale "Ammazzateci Tutti"
 
 
Presto on-line anche la rassegna stampa dell'iniziativa.
 
 


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  • Mille giovani a Reggio per Falcone e tutte le vittime della mafia -27/05/2008

marilena  - il monsignore dell' antimafia:don Italo Calabrò     |28-05-2008 10:46:35
Grazie ragazzi continuate così... ricordate quel giorno sembravamo soli ma tante
orecchie ascoltavano...e penso che le orecchie buone hanno percepito tutta la
nostra sofferenza rabbia ma soprattutto il nostro AMORE PER LA VITA E PER LA
LEGALITA'. Credo che una svolta ci sia stata ma vi raccomando prudenza e amore
nel voler comunicare la vita. Mi sento mamma di voi tutti e continuerò a
pregare, a piangere e a gridare fino a quando la voce scomparirà vorrei
ricordare don Italo Calabrò Era chiamato "il monsignore dell'antimafia".

Per don Italo occorreva essere coerenti, sino in fondo, senza sconti, e la
violenza andava condannata e contrastata sempre, anche quando proveniva dagli
Stati o dai governi.
La legalità era vista non come feticcio astratto bensì
come indispensabile tessuto di regole condivise attorno cui costruire comunità e
anche come difesa dei più deboli, a fronte di una sottocultura che invita a
difendersi e farsi giustizia da soli. Ma quest'ultima non è mai giustizia, è
sempre prevaricazione, è solo la legge del più forte.
Don Calabrò era un uomo
e un prete che, più che maledire la mafia, preferiva esortare, evocare e
richidere la possibilità del cambiamento. Un invito perentorio che era capace di
rivolgere direttamente agli uomini di mafia. E quando questi venivano uccisi,
nell'etenrna e orrenda guerra di clan e nelle infinite faide, non si sottraeva
nel celebrarne i funerali. Per dovere di cristiano e di sacerdote ma anche come
occasione per tentare di aprire il cuore indurito di quelle persone:

"La
mafia può forse darvi soldi, donne, macchine blindate, se riuscire a fare
carriera nelle cosche. Ma una cosa ve la procura certamente e rapidamente: la
morte. Fatela finita, e se per voi non è più possibile tirarvi fuori dalla
mafia, evitate almeno che vi entrino i vostri figli." (don Italo Calabrò)


In occasione del rapimento di Vincenzio Diano, nel 1984, durante un'omelia
pronunciò queste parole:

"Io conosco la deformazione che in seno alla
mafia è stata data proprio a questa parola : i mafiosi si ritengono uomini e,
addirittura, : se c'è qualcuno che invece non è uomo è il mafioso, e se c'è
qualcuno che non ha onore è il mafioso, i mafiosi non sono uomini e i mafiosi
non hanno onore; questo dobbiamo dirlo tranquillamente con tutta la comprensione
e la pietà" (don italo Calabrò 1984)

Diceva ancora Don Italo Calabrò:


"La Calabria non può e non deve essere identificata con un gruppo o un
manipolo o una legione che siano, di gente che ha come sola finalità la
prepotenza, la violenza e la morte; noi siamo per la gustizia, per la libertà,
per la pace, per la vita, siamo per il rispetto di ogni persona, ma soprattutto
intendiamo difendere la vita dei più piccoli, dei più deboli, dei più poveri,
dei più emargin...
vincenzo  - La "Banda" .... del sogno interrotto     |05-07-2008 20:11:16
http://it.youtube.com/watch?v= KXTtcPl3ZRY
http://web.i2000n
et.it/vaticano/170608.htm
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Ultimo aggiornamento ( venerdì 06 giugno 2008 )
 

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